Di Coronavirus, di treni e di corretta informazione

Nella notte fra sabato 7 e domenica 8 marzo 2020, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in una drammatica conferenza stampa, annuncia la chiusura (lockdown) di Milano, della Lombardia e di alcune province del Nord Italia, al fine di contenere il diffondersi del Coronavirus.

Tuttavia, fin dalla prima serata di sabato erano circolate sui media indiscrezioni circa le misure che sarebbero state adottate. In assenza di chiare indicazioni da parte del Governo, si scatena il panico, e l’ultimo treno della sera, un Intercity Notte diretto in Sicilia in partenza dalla stazione di Milano Porta Garibaldi viene preso d’assalto: le immagini faranno il giro del mondo, ed anticiperanno mestamente quel che poi si sarebbe visto, pochi giorno dopo, negli scali ferroviari di Parigi e di altre grandi città d’Europa.

L’assalto mediatico all’Intercity incriminato

La mattina dopo, nelle stazioni di arrivo a Sud dell’Intercity incriminato, fra cui Napoli, si precipitarono giornalisti a intervistare con domande provocatorie i passeggeri che scendevano dal treno, come ad accusarle di essere untori. Al Nord invece, una nota giornalista e personaggio televisivo, si reca alla Stazione Centrale a Milano ad ammonire i passeggeri di altri treni regolarmente in partenza, e che al momento dell’intervista non era chiaro se stavano commettendo un illecito. Infatti, nella confusione generale, il Governo non aveva fissato alcuna norma per regolare gli spostamenti. Solo dopo qualche giorno, e a lockdown esteso in tutta Italia (da martedì 10 marzo) sarebbe stata disponibile l’autocertificazione necessaria per poter uscire di casa o muoversi da città a città.

Dunque, nel lasso di tempo fra sabato 7 marzo (chiusura di Lombardia ed altre province) e martedì 10 marzo (chiusura di tutta l’Italia) gli spostamenti erano in teoria vietati, ma nei fatti consentiti per un’ampia categoria di situazioni, quali esigenze lavorative e di salute, ma sopratutto rientro presso i domicili, abitazioni e residenze (eccezioni che sarebbero venute meno solo con il decreto del 22 marzo 2020). Nonostante ciò, diversi organi di stampa ripresero la notizia di “fughe” dal Nord verso il Sud. Ai giornalisti cui si fece notare che informazioni così riportate – senza un contesto, senza riportare le norme, senza spiegare la reale situazione – rappresentavano un’azione di dubbia deontologia in un momento così fragile per il Paese, risposero che c’era “una notizia”, e che questa è la base della cronaca.

Era però facile prevedere che questo martellamento mediatico avrebbe rappresentato benzina sul fuoco in un momento già di grande nervosismo per i cittadini. Infatti, vi fu un’esplosione di delatori sui social (“chiama il numero verde e denuncia il tuo vicino se è rientrato dal Nord“) che mai si era vista, soprattutto al Sud, terra nota per la solidarietà ed il calore fra le persone, e che invece per giorni si sono riscoperte novelle spie della Stasi, la terribile polizia segreta della Germania Comunista, fondata su un gran numero di collaboratori nascosti fra la popolazione.

La ricerca di Teralytics riportata da La Repubblica

Oggi, a quasi due mesi di distanza, grazie ad una ricerca riportata da La Repubblica ad opera di Teralytics, società svizzera attiva nel tracciamento degli spostamenti via cellulare, scopriamo che in realtà non c’è stato alcun esodo quella drammatica notte, e che le immagini dell’Intercity preso d’assalto rappresentavano un fatto isolato (del resto, si trattava di un solo treno!). La maggior parte degli spostamenti Nord-Sud era già avvenuta nei giorni precedenti, quando si stava cominciando a capire che il Coronavirus non sarebbe stato un problema localizzato solo in territori geograficamente limitati come Codogno o Vo’ Euganeo, sottoposti a lockdown già dal 21 febbraio.

Del resto, fin da lunedì 24 febbraio, università e scuole si avviavano alla chiusura, e moltissime aziende lombarde operanti nel terziario avevano invitato tutti i dipendenti allo smart working. Milano era già semi deserta: spettrali apparivano le zone degli uffici, generalmente brulicanti nei giorni feriali. La torre UniCredit, che sovrasta piazza Gae Aulenti, zona simbolo della “nuova Milano”, o l’imponente sede di Microsoft (per citare due noti marchi) erano vuote, le palestre chiuse, i ristoranti aperti fino alle 18:00. Centinaia di migliaia di persone erano, di fatto, già a casa, 10 giorni prima del lockdown annunciato in TV da Conte: qualcuno ha scelto di restare in Lombardia, ed altri, invece, di tornare ai propri affetti fuori regione, muovendosi privatamente o con mezzi collettivi. La ricerca pubblicata da La Repubblica fotografa con chiarezza questa situazione.

L’offerta di servizi ferroviari da Milano in un giorno qualunque

Eppure, senza ricorrere ai dati della Teralytics, quanto oggi leggiamo era chiaramente intuibile anche sul momento: per limitarsi al solo ambito ferroviario, bastava recarsi in stazione, o avere consuetudine con i viaggi in treno, o meglio ancora consultare l’orario ferroviario delle Frecce di Trenitalia, il piano d’esercizio dei servizi Intercity di Trenitalia, o l’orario di Italo. Così facendo, si sarebbe notato che, in un giorno qualunque, dalla sola Milano Centrale, partivano:

  • 61 Frecciarossa sulla direttrice tirrenica Milano-Napoli-Salerno;
  • 34 Italo sulla stessa relazione;
  • 35 Frecciarossa sull’asse del Nord, Milano-Venezia-Trieste;
  • 9 Italo sulla stessa tratta.

A questi, si vanno a sommare:

  • 18 fra Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca sulla dorsale adriatica, verso Lecce;
  • 5 Intercity Giorno verso la Sicilia;
  • 3 Intercity Giorno verso la Puglia;
  • 4 Intercity Notte verso il Sud, fra cui quello ormai celebre, ed in partenza dalla stazione Milano Porta Garibaldi.

E’ bene ricordare che, a seconda del materiale rotabile utilizzato, ogni Frecciarossa trasporta fra le 450 e le 550 persone, la capienza di un Frecciargento oscilla fra 430 e 500 sedili, mentre i servizi Italo contano mediamente 460-470 posti. Ciò significa che l’offerta ferroviaria da Milano ogni giorno per i soli servizi Alta Velocità era pari ad una forbice compresa fra 45.000 e 55.500 posti per i Frecciarossa, 4.300-5.000 per i Frecciargento e circa 20.000 per Italo. Da questa analisi, sono esclusi tutti gli spostamenti avvenuti con servizi ferroviari regionali, aerei, servizi bus di media-lunga percorrenza, car sharing come Bla Bla Car, o auto privata.

Dovere di cronaca, o dovere di far comprendere la realtà?

Appare dunque chiaro che quell’unico Intercity, ritratto come una bomba batteriologica piena di pericolosi untori, in realtà rappresentava una goccia di un mare che si era già riversato nel resto d’Italia, ed a cui le Regioni del Centro e del Sud hanno provato a porre rimedio tramite apposite ordinanze, che imponevano l’autodenuncia dei cittadini provenienti dal Nord. Tuttavia, su questo fronte si è viaggiato in ordine sparso: se nel Lazio l’autodenuncia era necessaria per tutte le persone arrivate sul territorio regionale nei 14 giorni antecedenti al lockdown, in altri territori, come la Puglia, l’autodenuncia – con relativo isolamento domiciliare – era prevista solo a partire dalla data del lockdown.

Se si fosse voluto davvero prestare un servizio utile alla comunità, al dovere di cronaca si sarebbe dovuto associare un altrettanto fondamentale dovere, quello della chiarezza e della comprensione dei fenomeni, facendo capire che quella drammatica sera non vi erano fondamenti legali per limitare la circolazione dei cittadini diretti al proprio domicilio/residenza (ossia, a quella che percepivano come casa, ovunque essa fosse) e che i servizi ferroviari, così come tutti gli altri mezzi di trasporto, operavano regolarmente in quanto non avevano ricevuto alcun ordine in senso contrario. Dunque, i buoi erano già ampiamente fuori dalla stalla. Senza questa componente di ragionamento, la cronaca da notizia si tramuta in facile sensazionalismo, che difatti ha alimentato una pericolosa quanto triste “caccia all’untore“.

A tal riguardo, in questi giorni hanno destato grande scalpore alcune frasi ingiuriose sugli abitanti del Sud Italia pronunciate da Vittorio Feltri, direttore del quotidiano “Libero”. Vi è stata un’unanime quanto giusta alzata di scudi contro queste esternazioni: non è, purtroppo, la prima volta che avvengono tali fenomeni, e forse non sarà neanche l’ultima – a dimostrazione che, a 160 anni dalle parole di Massimo D’Azeglio, bisogna ancora “fare gli italiani”. Tuttavia, la prossima volta che verranno pronunciate frasi insultorie o cori nelle curve degli stadi come “napoletani colerosi“, sarà difficile replicare: perché nel momento del bisogno, con tanti meridionali che tornavano dalle proprie famiglie, lasciandosi temporaneamente alle spalle vite di sacrificio lontani dai luoghi di origine e dagli affetti, e spesso guadagnando una miseria, i primi a pensare che i colerosi fossero i propri vicini sono stati i Meridionali stessi.

Rispondi