Diaz & il germe neofascista nella Polizia nostrana

Il cinema italiano è stato spesso veicolo di denuncia, di ogni tipologia. Dal neorealismo che rappresentava con crudezza le condizioni di vita post-guerra, passando per i film d’impegno politico degli anni ’70 (soprattutto circa il movimento operaio), a pellicole che hanno ricostruito casi oscuri della nostra recente storia, come la strage di Ustica. Una categoria a se stante rappresentano, poi, i film su mafia, camorra, criminalità organizzata in generale.

Negli ultimi anni, sul grande schermo sono state affrontate differenti tematiche, dal tramonto del mondo operaio (Il posto dell’anima), all’annichilimento della cultura nell’Italia berlusconiana (Il Caimano), alla degenerazione del capitalismo nostrano (Il gioiellino). Per una strana coincidenza, però, questi primi mesi del 2012 sono stati segnati da due pellicole, che trattano un tema, oserei dire, classicamente italiano, ossia carsico, che non viene affrontato apertamente, come in una moderna democrazia si dovrebbe fare: il tema del germe neofascista insito nelle nostre forze di polizia, e la degenerazione che questo fenomeno comporta.

ACAB (questa è la prima pellicola) lo affronta più direttamente, mettendo in luce come una certa idea di ordine sociale, una certa idea di estetica, una certa idea di impunità e superiorità rispetto alla legge che gli agenti stessi dovrebbero rappresentare, serpeggia fra le forze dell’ordine. Si dirà: è un’eccezione. E’ un caso limite. Sono pochi elementi, magari sanzionati (nel caso in cui commettano illeciti) dai loro superiori. Si dirà: non sono rappresentativi della realtà delle forze dell’ordine in Italia.

A tutte queste (logiche) perplessità, a tutti questi distinguo, risponde la seconda pellicola, Diaz. E risponde in un modo molto diretto, esplicito. Diaz è sicuramente un film più “politico” (non nel senso di fazioso), molto più completo di ACAB. Se quest’ultimo aveva la pretesa di sollevare una questione percepita come generale, di un malcostume diffuso nella polizia italiana, paradossalmente Diaz, con la sua struttura narrativa incentrata solo ed esclusivamente su UN episodio storico (il G8 di Genova), ci restituisce un affresco di più ampio respiro, capace davvero di mettere in luce malcostumi diffusi, e non limitati alla sola Polizia di Stato.

I fatti narrati in Diaz, in teoria, li conoscono tutti. In pratica, nell’Italia dalla memoria corta, nessuno, soprattutto i più giovani, li ricorda. Nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001, il VI reparto mobile della Polizia di Stato fece irruzione nella scuola genovese Armando Diaz, adibita a dormitorio per i partecipanti del Genova Social Forum. L’ordine era, a quanto pare, sgomberare il manufatto, rifugio di pericolosi anarco-insurrezionalisti. La scuola risulterà essere, successivamente, utilizzata da manifestanti per lo più pacifici, e di diversa natura (al suo interno, anche tanti giornalisti, italiani ed esteri). Quindi, per giustificare un’operazione tutt’ora inspiegabile nelle sue modalità e nella sua portata, molti ritrovamenti di armi furono fabbricati ad hoc dalle forze dell’ordine (esemplare la storia delle due molotov, ritrovate altrove, e portate volontariamente dagli agenti nella scuola). Ho scritto di proposito “molti ritrovamenti”. Nessuno esclude, infatti, la presenza di violenti all’interno della scuola. Ma certamente non in numero sufficiente da giustificare un’operazione di simile grandezza. E certamente la presenza di violenti, di qualsiasi tipo, non giustifica assolutamente quanto poi avvenuto durante, e soprattutto dopo, il blitz.

Quanto Diaz nelle scene clou ci mostra non può ricordare un paese democratico. E non può non far venire in mente tanti film o documentari sui regimi dittatoriali sudamericani. Oserei dire che la parte dei pestaggi nella scuola è addirittura la più “digeribile”. Nella foga e nell’accecamento del momento, si è assistito a brutali degenerazioni, sicuramente condannabili duramente, ma eventualmente ascrivibili a poca lucidità da parte degli agenti. Personalmente, credo faccia ancora più impressione quanto avviene dopo l’irruzione nella scuola, a pestaggio concluso. Gli arrestati in grado di uscire dalla scuola sulle loro gambe sarebbero poi stati portati nella caserma di Bolzaneto, divenuta un vero e proprio lager in miniatura. Quando le cineprese indugiano sulla lunga notte post-sgombero, il quadro cambia. La mente non va più a regimi come quelli di Pinochet o dei Colonnelli Argentini, ma rimanda a follie ben più celebri: quelle dei lager. Nazisti o sovietici, poco importa. Ma c’è spazio anche per la storia ancora più recente: gli arrestati costretti ad abbaiare non vi ricordano le foto scattate dai soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib mentre umiliano e torturano i detenuti?

Come già detto in precedenza, Diaz più che raccontare un singolo episodio di follia ed incompetenza, denuncia comportamenti collettivi, striscianti, probabilmente più diffusi di quanto si creda. Le torture di Bolzaneto sono un atto di accusa anche contro la polizia penitenziaria, in un paese dove continuano a morire “misteriosamente” detenuti ogni anno (uno su tutti, il caso Stefano Cucchi). La violenza fisica e verbale verso “le zecche” (ossia i giovani ritenuti di sinistra pestati nella scuola) testimoniano un’intolleranza di matrice destrorsa diffusa nella polizia, unita ad un livello culturale decisamente basso. Le scelte operate dai quadri dirigenti certificano spesso un’arroganza pericolosa, che genera inefficienze. Esemplare è la scena nella quale un celerino (non certo uno stinco di santo, come poi dopo si vedrà) avvisa i propri comandanti come sia rischioso far entrare in una scuola quasi 400 poliziotti esasperati da giorni di combattimenti. Verrà ignorato, con i risultati che conosciamo.

Ma è anche importante contestualizzare Diaz politicamente. Quanto in quei giorni avvenne fu il biglietto da visita del II Governo Berlusconi, che presentava agli italiani la sua ideologia antidemocratica in tutto il suo splendore. Genova fu un capolavoro di inefficienza. La gestione dell’ordine pubblico fu deliberatamente liberatoria dei peggiori bassi istinti. Fu un “liberi tutti”. Fu un: aprite le gabbie, tanto al governo c’è chi non ci punirà. Il clima generale che aleggiava ai piani alti (basti ricordare che l’allora Ministro degli Interni era Claudio Scajola) era di totale onnipotenza. Nessuno sarebbe stato in grado di contestare un governo appena insediatosi con una così larga maggioranza. E così fu. Non bastarono le gabbie con cui gli splendidi vecchi caruggi di Genova furono sfregiati. Non bastò un ragazzo morto, e poi calpestato da una camionetta. Non bastò una macelleria messicana, e dopo un orrore infinito in un lager riveduto e corretto. E non bastarono neanche i poliziotti onesti che volevano solo fare il loro lavoro, e che quella notte non c’erano, o non erano d’accordo. Non bastò niente di tutto questo per scuotere le coscienze. Diaz è anche questo. E’ il ricordo del vergognoso silenzio di politici ed istituzioni, e soprattutto dei cittadini, drogati con scene di devastazione degne di una guerra. Perché anche quella fu una strategia: il libero sfogo dei violenti, così da avere una giustificazione mediatica immensa per tutto quello che sarebbe successo dopo.

Uscendo dalla sala, sia che si sia visto ACAB o Diaz, si esce tristi, scossi. In un paese dove le forze dell’ordine sono spesso baluardo contro lo strapotere di mafie violente e cannibali, film del genere sono una rasoiata in piena faccia. Siamo sicuri che quanto visto è in primis un’offesa a chi, con onestà e senso del dovere, spesso per pochi euro e con attrezzature inadeguate, in contesti difficili, fa comunque il proprio lavoro. Ma a Genova c’erano poliziotti da tutta Italia. Alla scuola Diaz ci fu un vero e proprio “volontariato”: tanti agenti arrivarono comunque per partecipare “all’evento”, anche se non avevano ricevuto alcun ordine a riguardo. Per quella notte, hanno pagato in pochi. E forse con pene troppo leggere. Dei dirigenti, che nella loro lucida follia avevano pianificato prima questo massacro, e poi gestito truffaldinamente il dopo, nessuno ha pagato. Onorare chi fa onestamente il proprio lavoro è anche non spegnere i riflettori su queste degenerazioni. Su questa inaudita violenza. Sul senso di frustrazione che aleggia nelle forze dell’ordine, sfogato poi sul primo che capita (che sia Stefano Cucchi o una manifestate inerme, poco importa).

Insieme al biglietto per vedere Diaz viene distribuito un adesivo, con sopra scritto “Mai più”. Già, mai più.

2 pensieri su “Diaz & il germe neofascista nella Polizia nostrana

  1. Vorrei fare giusto una precisazione. I fatti relativi al G8 di Genova, all’incursione nella scuola Diaz e ai maltrattamenti nella caserma Bolzaneto sono da contestualizzare in un periodo storico ben preciso. L’anno in questione è il 2001, più di un decennio fa; periodo in cui era in vigore ancora la vecchia normativa del servizio di leva obbligatorio, dove vi era la possibilità di scegliere di trascorrere quei dieci mesi, anche nelle forze dell’ordine. Proprio il carabiniere che sparò con la sua beretta, uccidendo il manifestante intento a colpirlo con un estintore, aveva diciannove anni, incorporato nell’Arma per il servizio militare. Come lui ce n’erano tanti altri in quei giorni, ragazzi privi di esperienza e con una scarsissima formazione. Questo dimostra come sia stato arduo e complesso per i funzionari P.S. e per gli ufficiali CC gestire una simile emergenza di ordine pubblico senza precedenti.
    E’ doveroso e sacrosanto ricordare i fatti di quel lontano 2001 -e a riguardo consiglio il libro “Inferno Bolzaneto”- Portanova- affinché non si ripetano più simili errori. Però è giusto stigmatizzare che oggi la situazione nelle forze dell’ordine nostrane è ben diversa. Per cultura, per professionalità e per capacità psicoattitudinali.

  2. Genova è stata l’apoteosi dell’inefficienza.
    Inefficienza nella pianificazione dell’evento, la città ligure è un vero e proprio labirinto.
    Inefficienza nel controllo alle frontiere, vorrei capire perché i facinorosi riescono ad entrare sempre e, quasi, solo in Italia.
    Inefficienza nella risposta alle fasce violente, incapacità di isolare i Black Block(anche da parte dei manifestanti stessi).
    Inefficienza della legislazione penale italiana, troppo tollerante verso gli abusi della polizia(vecchi retaggi del codice Rocco).
    Inefficienza del sistema giudiziario italiano, troppo lento, macchinoso. Creami reati inoffensivi, ingolfando i carichi di lavoro della magistratura, così da rallentare l’iter dei processi ed aprirci ad una facile prescrizione.
    Inefficienza della polizia giudiziaria, le due molotov, sono SCOMPARSE (per fortuna ci sono ancora magistrati con le palle che stanno proseguendo senza avere fisicamente il corpo del reato-NB le molotov sono la prova del falso in atto d’ufficio e calunnia a carico degli agenti)
    Inefficienza, mista a follia, nella pianificazione dello “sgombro del manufatto”. Se io, Fabrizio e Roberto ci sediamo ad un tavolo e trascuriamo che gli agenti possano, dopo dei giorni di lavoro allucinante, perdere la testa e dare sfogo a tutta la rabbia e la violenza, mista a sentimenti filofascisti, cercando vendetta per le pietre è un conto. Se nelle alte sfere della polizia italiana non arrivi a tali considerazioni, è un’altra.
    Poi c’è un’altra lettura. Si più arrivare a credere che i fatti della Diaz siano stati voluti. Si può ritenere che siano degli atti dimostrativi, vuoi per far vedere che “in Italia certe cose non saranno tollerate”, vuoi per rimediare a tutte quelle inefficienze di cui sopra.
    Risultato, nessuno appartenente al blocco nero è stato arrestato e qualche giornalista rimarrà zoppo e psicologicamente distrutto per tutta la vita.
    Poi ci sono altre versioni, sono da zecca, si sentivano spesso all’epoca delle BR e del PCI. Sembrava che lo Stato, alle volte, evitasse di colpire i facinorosi. Una vetrina rotta, una strada messa a ferro e fuoco, possono essere utili pretesti per una violenta rappresaglia. Si dice che, ogni qual volta il PCI ampliasse i suoi consensi, una testa calda delle BR uscisse fuori.
    Se sbaglia un manifestante sbaglia un piccolo cittadino, se sbaglia un poliziotto sbaglia lo Stato.
    Se ne sbagliano quasi 140, sarebbe proprio il caso di istituire una commissione parlamentare in merito(che poi, effettivamente, Prodi la propose più volte, ma la controparte politica non ha mai permesso che prendesse piede).
    Io, da italiano, mi vergogno per ciò che è accaduto

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