Si è spenta la Voce del Padrone

Ciro a Santa Brigida era un ristorante molto conosciuto a Napoli. Aperto nel 1935, con i suoi ambienti un po’ retrò e un’iconica veranda al primo piano che affacciava sulla strada, richiamava più una brasserie parigina che un locale partenopeo: un’atmosfera perfetta per il dopo-teatro. Ciro infatti, aperto sempre fino a tardi, era il ritrovo di chi voleva mangiare fuori dopo uno spettacolo al vicino San Carlo, o all’adiacente Augusteo. Capitava così di trovarsi seduti affianco agli stessi attori o musicisti che, poco prima, si erano ammirati sul palco. Fu quello che successe anche la sera del 25 settembre 2006, quando Franco Battiato, reduce da un concerto a favore del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI), varca la soglia di Ciro, ed io, appena uscito proprio da quel concerto, mi allungo al tavolo affianco, dov’era seduto col filosofo e paroliere Manlio Sgalambro, strappandogli un autografo e una foto.

Franco Battiato - Autografo

L’autografo di Franco Battiato in occasione del concerto per il FAI (25 settembre 2006)

Oggi, Ciro a Santa Brigida è un locale sfitto, abbandonato ben prima della crisi del COVID. Si è spento un giorno alla volta, come tante insegne storiche di Napoli, simbolo di un tempo che non c’è più. Un po’ come Franco Battiato, che lentamente è scomparso dalle scene, lasciando il posto ad un altro tempo e un’altra musica, prima di scivolare in una nuova dimensione la notte fra il 17 e il 18 maggio 2021. Un Maestro, che ha spaziato fra tante arti: la pittura, il cinema, la scrittura, e ovviamente la musica. Una figura inafferrabile, non classificabile, non stereotipabile in provenienze geografiche: siciliano di nascita, milanese d’adozione, cittadino del mondo (celebri i suoi video girati nei tanti deserti del mondo, da quello algerino, all’Iraq, all’Iran), eppure così tipicamente italiano, di quell’italianità di quando il Paese riesce a fare qualcosa di eccezionale, non replicabile altrove e in nessun modo.

Come inquadrare Battiato?

Battiato era talmente unico da non lasciare nei fatti alcun erede diretto, ma tanti “nipoti”, ossia autori che, in un modo o nell’altro, da lui e dalle sue sperimentazioni sono stati toccati. Fu uno dei primi musicisti a far arrivare al cuore della musica un soffio di natura elettronica in un’epoca di Baglioni e Battisti, o cantautori impegnati politicamente come Guccini e De Gregori, riuscendo a unire la musicalità dei primi con i testi più introspettivi, anche se non necessariamente politicizzati, dei secondi. Portò l’Italia che cantava a squarciagola “Amore bello come il cielo/come il giorno/come il mare” a danzare pensando a “Gesuiti euclidei/vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/della dinastia dei Ming”. Un mix irripetibile di citazioni colte e musica pop, ritornelli che sarebbero risultati improponibili in bocca a chiunque altro che non fosse lui, con quel tono di voce in leggero falsetto, inimitabile anch’esso.

Ascoltando Battiato, si ha però l’impressione di una cultura mai ostentata, che, nella sua smisurata vastità, appariva quasi naturale fosse declamata da un personaggio così poco categorizzabile. Ha permesso a tante persone di sentirsi più intelligenti anche solo per cinque minuti: nella maggior parte dei casi, l’illusione è rimasta tale, è stata solo l’intravedere l’ombra della luce. Per altri, con le sue canzoni ha aperto la porta a nuove conoscenze, da René Guénon (Il Re del mondo, 1979), a Theodor Adorno, autore di “Minima moralia” (citato nel ritornello di Bandiera bianca, 1981), alla poesia giapponese (Haiku, 1995), a quella dell’autore arabo-siciliano Ibn Hamdis (Aurora, 2012), a Dino Buzzati con il suo “Il deserto dei Tartari” (Fortezza Bastiani, 2004).

Una perla chiamata La voce del Padrone

Battiato ha firmato ben 30 album in studio, di cui 12 anche in spagnolo e 3 in inglese, 8 dischi dal vivo, oltre a 4 colonne sonore e 5 opere classiche. Pur davanti a questa sconfinata produzione, il suo nome resterà indelebilmente legato a La voce del Padrone, album-simbolo del 1981: solo 7 tracce, mezz’ora esatta di durata. Eppure, Battiato in 30 minuti riscrive la musica italiana, portandola nella new wave che già aveva toccato mezz’Europa. Anche in questo caso, però, non si può classificare La voce del Padrone con una sola etichetta. Più che un disco, è un viaggio, che inizia con il rumore del mare di Summer on a solitary beach, la “spiaggia metafisica” dove l’autore ci vuole far perdere, facendoci alzare gli occhi al cielo per incrociare il volteggiare de Gli uccelli, prima di riportarci alla vita (e al citazionismo) di tutti i giorni con Cuccurucucù, alla lotta e alla critica politica con Bandiera bianca, al misticismo orientale del filosofo armeno Georges Gurdjieff con Centro di gravità permanente.

La Voce Del Padrone - copertina

L’iconica copertina de La voce del Padrone: Battiato è in realtà seduto su una sedia a dondolo, che verrà poi eliminata in post-produzione

Proprio il pensiero di Gurdjieff, grande riferimento per il Battiato di inizio anni ’80, darà il titolo al disco: il Padrone cui si fa riferimento non è altro che la coscienza di ognuno di noi. Dunque, La voce del Padrone è la nostra stessa voce interiore. Il disco forse più riflessivo, più denso di significato, è al tempo stesso quello più musicalmente orecchiabile e di successo dell’intera discografia di Battiato: evento raro per un autore. Una perla che ancora oggi risulta freschissima nelle sonorità, un album che potrebbe essere stato composto ieri mattina, e non quarant’anni fa, e il primo disco della storia d’Italia ad aver superato il milione di copie vendute.

Una decade irripetibile di successi

Da quel momento, si apre per Battiato una decade eccezionale, iniziata ad essere onesti già due anni prima, nel 1979 con L’Era del Cinghiale Bianco e nel 1980 con Patriots. Seguirà nel 1982 L’Arca di Noé, trainato da una hit tutt’ora attuale come Voglio vederti danzare, per poi toccare nuovamente vette altissime con Orizzonti perduti (1983) e Mondi lontanissimi (1985), forse il secondo miglior album della produzione del cantante siciliano. Chiuderanno gli anni ’80 dischi dalle sonorità più ricercate come Fisiognomica (1988) con la sua E ti vengo a cercare, e Come un cammello in una grondaia (1991), titolo-omaggio allo scienziato persiano dell’XI secolo Al-Biruni, che con il pezzo d’apertura Povera Patria sembra anticipare la tempesta di Tangentopoli che, da lì a poco, scuoterà il Paese. L’intera produzione di Battiato fra il 1979 e il 1995 è stata sottoposta a rimasterizzazione e ripubblicata su CD nel 2008, con un’attenzione filologica che ha completamente rivisto la grafica dei CD, integrando con alcune componenti prima presenti solo su vinile, oltre a migliorare notevolmente la qualità del sonoro. Un’iniziativa di grande pregio: vi sono pochi esempi di intere discografie aggiornate alla contemporaneità con la stessa attenzione, mettendo in questo senso Battiato a livello di grandi artisti internazionali come Peter Gabriel e i Beatles.

Dalla musica al cinema: un posto d’onore nella cultura italiana

Servirebbe un’enciclopedia per illustrare tutti i suoi brani che rimandano al misticismo, a influenze di mondi lontanissimi, da quel Mal d’Africa fino al più recente Testamento, brano-manifesto del 2012, contenuto nel suo ultimo vero album di inediti, Apriti Sesamo. La verità, come canta Battiato in Stage door (2009), è che non si può vivere né con lui, perché inarrivabile, né senza di lui, perché ormai ha tracimato il recipiente della musica: è parte della cultura italiana, della storia del Paese degli ultimi quarant’anni, e lo è in un modo che sfugge a qualunque definizione, trascendendole. Un’altra icona della cultura italiana, Nanni Moretti, prenderà in prestito le sue canzoni per sancire i momenti cruciali dei suoi film più belli e noti, da Bianca a La messa è finita fino all’iconico Palombella rossa. Un fil rouge con il cinema che porterà lo stesso Battiato a cimentarsi con la macchina da presa, realizzando nel 2003 Perduto amor, che gli varrà il Nastro d’argento come regista esordiente, per poi esplorare la vita del compositore Ludwig van Beethoven in Musikanten (2005) e argomenti di antropologia culturale in Niente è come sembra (2007), titolo anche di un’omonima canzone contenuta nel suo album Il vuoto, pubblicato lo stesso anno.

Un messaggio trans-religioso di Cura di sé e dell’altro

Tuttavia, in un’epoca segnata dal recente ri-acuirsi dell’ormai decennale scontro fra Israele e Palestina, forse il lascito più importante di Battiato è il suo messaggio trans-religioso. Sviluppato in anni di studio comparativo fra culti, religioni, filosofie e usante, Battiato mette in evidenza il messaggio di pace, di amore, di fratellanza che ogni culto umano porta con sé. Un’idea di attenzione di sé stessi e degli altri: quella che magistralmente racconterà ne La Cura, brano del 1996 contenuto nell’album L’Imboscata, che gli fa vivere una seconda giovinezza artistica, trainando il successo anche del successivo lavoro, Gommalacca, del 1998, prima di approdare a Fleurs (1999), in cui si cimenta nel reinterpretare diversi brani della musica contemporanea, fra cui Ruby Tuesday dei Rolling Stones, citata vent’anni prima nella celebre Cuccurucucù.

Non saremmo stati gli stessi senza Battiato: qualche spunto per ricordarlo

Probabilmente, il nostro pensiero come italiani non sarebbe stato lo stesso senza Battiato. Anche il nostro modo di amare e di innamorarsi sarebbe diverso: chi nella vita non ha mai dedicato a qualche amato/a La Cura? Chi non ha ballato su Voglio vederti danzare, non a caso remixata dal noto DJ Prezioso nel 2003? Chi non si è indignato verso la politica alle parole di Povera Patria? Chi non ha scoperto, o ri-scoperto, Fabrizio De André grazie alla sua cover di Amore che vai, amore che vai?

Forse più di tanti artisti, Battiato è destinato a restare a lungo come patrimonio della nostra cultura. Dunque, qualche spunto per ricordarlo:

  • Se ci si vuole approcciare per la prima volta all’ascolto dei suoi brani, si può iniziare da Battiato, “best of” del 1986 in cui vengono nuovamente incisi alcuni brani più celebri. Ad esempio, la versione qui contenuta de L’Era del Cinghiale Bianco è aperta dal violino di Giusto Pio, compositore veneto che accompagnerà con i suoi virtuosismi Battiato per vent’anni. Altri brani sono sottoposti a un restyling: Voglio vederti danzare acquista più ritmo, così come Up patriots to arms e Un’altra vita;
  • Se invece si ha una certa consuetudine con i brani del Maestro, allora si può passare a un livello professionistico con la playlist Spotify Battiato+”, a opera di Fabio Maccione. Vi si troveranno brani minori come Giubbe Rosse nella versione del 2015, Strani Giorni del 1996 che verrà cantata live con Carmen Consoli (una delle poche ammesse al suo funerale), Le aquile non volano a stormi del 2004 che riprende alcune poesie dell’autore cinese Qu Yuan, Il cielo in una stanza di Gino Paoli, reinterpretata da Battiato nel 2002;
  • Per avere un’idea della vastità anche geografica affrontata nei testi di Battiato, un appassionato di Pistoia, Alessio Arnese, ha creato Mappiato, una specie di Google Maps che racchiude tutti i luoghi citati dal Maestro nelle sue canzoni, raccolte poi in un’omonima playlist Spotify: dalla Mesopotania nella versione live tratta da Last summer dance, album dal vivo del 2003, al Tibet delle Campane Tibetane del 1983, alla Libia della Lettera al Governatore cantata nel 1989 da Giuni Russo, una delle voci preferite da Battiato assieme alla sua pupilla Alice, che lo accompagna nella struggente I treni di Tozeur del 1984, che i due cantarono anche all’Eurovision di quell’anno;
  • Infine, nel 2009 Mondadori diede alle stampe “Battiato: io chi sono?”, una serie di dialoghi sulla musica e sullo spirito curati da Daniele Bossari, un libro-intervista che spazia da pensieri sulla religione, all’economia, alla tecnologia, fino alla concezione della morte. Quella sopraggiunta così, un po’ inaspettata, un po’ attesa, in modo inclassificabile: proprio come lui, a cui va il sentito ringraziamento di trent’ani di musica avidamente consumata, dai dischi messi su da mia madre quand’ero piccolo, fino ai tanti concerti visti, i numerosi libri letti, e gli infiniti orizzonti schiusi.

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