Gli studenti in tenda chiedono più trasporti

E’ ben chiaro il senso di emergenza che restituisce una tenda. Frane, smottamenti, terremoti: ogni anno nella fragile Italia tanti sono gli sfollati, come in questi terribili giorni con l’alluvione in Emilia-Romagna. Per questo è d’impatto il simbolo scelto dagli studenti che protestano accampati contro il caro affitti. Un paragone forte, un dissesto sociale più che idrogeologico, ma che restituisce un senso di precarietà sul futuro del Paese. Ne ho parlato mercoledì 24 maggio 2023 sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno.

Tanti studenti, troppe università, ma poche residenze

Lo studio è infatti alla base del progresso di una nazione, e il rimescolamento fra grandi città e piccoli centri rappresenta l’humus sul quale si basa il sistema formativo, con la sua contaminazione di persone e idee. Nell’Italia degli 8.000 Comuni si era forse pensato di risolvere il problema aprendo un’università sotto casa a tutti (sono oltre 100, praticamente una ogni provincia), per accontentare in primis i tanti ricercatori e professori in esubero dalle accademie più grandi. Poco male se poi la qualità è quella che le impietose classifiche internazionali certificano, nonostante l’esasperante retorica dell’eccellenza.

La realtà arriva sempre con i criteri di merito e le leggi di mercato: gli atenei più attrattivi sono diventati sempre meno, e concentrati in poche città ingessate dalle Sovrintendenze dove costruire o ristrutturare un palazzo è impresa impossibile. La modernità ha fatto il resto, con Airbnb, Booking e similari che riducono il numero di alloggi disponibili, in un contesto dove conviene affittare ai sempre più presenti turisti.

Si arriva così alle tende. All’impossibilità per chi non proviene da una famiglia facoltosa di pagare anche solo una stanza. In Italia il 4,8% degli studenti alloggia in residenze universitarie, contro il 12% della Germania o quasi il 14% della Francia. Del resto, i posti letto sono 40.000 a fronte di 1,8 milioni di iscritti. Il PNRR vorrebbe innalzare tale soglia ad almeno 100.000, ma è nota la confusione che regna attorno al Piano. Intervenire sulle case è poi un argomento storicamente molto delicato in un Paese che fa dell’investimento nel mattone la scelta privilegiata delle famiglie. Quindi, cosa si può fare?

I trasporti scadenti sono la prima voce di critica degli studenti

C’è un filo rosso che unisce tutte le interviste ai ragazzi accampati, da Nord a Sud: sono i tempi di trasferimento casa-università. Ascoltateli: molti di loro cercano alloggi vicino agli atenei principalmente perché il sistema dei trasporti è carente. Non fa eccezione Napoli, dove ogni giorno entrano 6 auto contro solo una che esce. La pressione sulle ferrovie e linee bus, nonché sugli assi viari, è enorme. Un sistema efficiente di mobilità rivitalizza l’economia e il settore immobiliare, rendendo attrattive nuove zone per giovani coppie, studenti, e magari anche turisti per dormire spendendo meno.

Napoli invece tende a rimpicciolirsi, diventando sempre più classista. Ciò avviene quando i quartieri meno centrali diventano difficilmente raggiungibili. E’ chiaro che trasporti poco frequenti, con scarsa informazione all’utenza, e con orari assolutamente inadeguati alla terza città d’Italia condannano tutti gli abitanti, ragazzi inclusi, a cercare di stare quanto più vicino ai luoghi di studio e/o lavoro. Col risultato di drogare un mercato che non è in grado di rigenerarsi, ma solo di speculare a discapito dei più deboli.

Politica e accademia devono fare la loro parte

Nel breve periodo, per far fronte alla crisi degli affitti non si può che puntare a potenziare i servizi di mobilità, programmando nuove linee che colleghino centro e periferie. In questo contesto, tutti devono fare la loro parte, in primis la politica. Positivo l’esempio del deputato partenopeo PD Marco Sarracino che è andato ad ascoltare i giovani accampati fuori La Sapienza di Roma, difendendo poi in Parlamento i fondi destinati alla costruzione della futura metropolitana Linea 10 che dovrebbe unire Napoli con Afragola.

Il mondo universitario è invece chiamato a ricalibrare gli orari delle lezioni e degli esami, comunicando variazioni per tempo ed evitando che gli studenti si rechino a vuoto in facoltà magari dopo un’ora di viaggio sulle indecorose ferrovie regionali. Infine, l’e-learning. Sembrava la panacea durante il Covid, è scomparso dalle agende. A Napoli c’è davvero (questa si) un’eccellenza sul tema: Federic@ dell’Università “Federico II”, buona pratica di spesa di fondi europei. Migliaia i corsi accessibili da ogni parte del globo. Costa sicuramente meno che costruire uno studentato, ed è già una soluzione a portata di tutti. Il che, in tempo di tende, non è poco.

 

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